Costruire case significa costruire città: la visione di Umberto Napolitano

Dopo aver analizzato le trasformazioni demografiche ed economiche che stanno riportando la casa al centro del dibattito pubblico, il Festival Chi abiterà le case vuote? ha proseguito il confronto con il Keynote Speech di Umberto Napolitano, co-founder dello studio LAN – Local Architecture Network.

Dal Keynote Speech con Umberto Napolitano, co-founder dello studio LAN – Local Architecture Network.
Ha moderato Luca Molinari, Consigliere della Fondazione per l’architettura / Torino.

Dopo aver analizzato le trasformazioni demografiche ed economiche che stanno riportando la casa al centro del dibattito pubblico, il Festival Chi abiterà le case vuote? ha proseguito il confronto con il Keynote Speech di Umberto Napolitano, co-founder dello studio LAN – Local Architecture Network.

Partendo dall’esperienza maturata nella progettazione di interventi residenziali di scale e contesti differenti, Napolitano ha proposto una riflessione sul significato dell’abitare come fatto collettivo. Se la residenza costituisce la parte predominante delle città, progettare una casa significa inevitabilmente progettare anche la città e le relazioni che essa genera. L’abitazione, quindi, non risponde soltanto a un bisogno individuale, ma contribuisce a definire l’identità di una comunità.

Richiamando il pensiero di Aldo Rossi, la città è stata descritta come un organismo che può essere letto nella sua dimensione fisica, ma che assume valore soprattutto come costruzione culturale. Da questa prospettiva nasce un approccio al progetto che mette al centro la capacità degli edifici di attraversare il tempo, adattandosi ai cambiamenti senza perdere la propria identità. «Gli edifici devono essere abitati il più a lungo possibile», ha osservato Napolitano: il progetto non deve limitarsi a rispondere alle esigenze del presente, ma offrire le condizioni perché gli spazi possano evolvere insieme alle persone che li abitano.

Tra i temi affrontati, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di vuoto, inteso non come assenza ma come risorsa progettuale. Il vuoto rappresenta infatti il luogo delle possibilità, lo spazio in cui l’architettura può accogliere trasformazioni future e nuovi modi di vivere gli edifici. Allo stesso modo, Napolitano ha invitato a rileggere gli edifici come sistemi aperti, composti da diversi strati che possono essere aggiornati nel tempo, intervenendo progressivamente sulle loro componenti anziché sostituirli integralmente.

La riflessione si è poi concentrata sul rapporto tra spazio domestico e spazio collettivo. In città sempre più dense, progettare l’abitare significa costruire luoghi capaci di favorire la convivenza e lasciare margini di appropriazione da parte degli abitanti. Per questo, secondo Napolitano, è necessario superare una progettazione troppo rigidamente legata alle funzioni, immaginando ambienti più flessibili, generosi e aperti a usi differenti nel corso del tempo.

Interrogarsi su chi abiterà le case vuote significa anche chiedersi quali case stiamo progettando oggi e quanto queste siano in grado di accogliere i cambiamenti della società. Più che prevedere il futuro, l’architettura è chiamata a costruire spazi che mantengano nel tempo il proprio potenziale, offrendo alle persone la libertà di reinterpretarli e farli evolvere.