Abitare oltre la famiglia tradizionale: Anna Puigjaner immagina nuove forme della casa contemporanea

L’ultimo Keynote Speech del Festival ha riportato al centro una domanda che attraversa molte delle trasformazioni sociali contemporanee: le case in cui viviamo sono ancora adatte ai modi in cui viviamo oggi? Con Anna Puigjaner.

Dal Keynote Speech con Anna Puigjaner, Co-founder MAIO.
Ha moderato Francesca Canfora, Consigliera Ordine Architetti Torino.

L’ultimo Keynote Speech del Festival Chi abiterà le case vuote? ha riportato al centro una domanda che attraversa molte delle trasformazioni sociali contemporanee: le case in cui viviamo sono ancora adatte ai modi in cui viviamo oggi? A partire da questa riflessione, Anna Puigjaner, co-founder dello studio MAIO, ha proposto una lettura dell’abitare che intreccia architettura, cambiamenti demografici e nuove forme di convivenza.

Secondo Puigjaner, il modello dell’alloggio contemporaneo continua a essere costruito attorno all’idea della famiglia nucleare, nonostante questa rappresenti ormai solo una parte delle configurazioni familiari esistenti. Invecchiamento della popolazione, nuclei unipersonali, famiglie ricostituite e nuove forme di coabitazione stanno modificando profondamente il modo di abitare, mentre normative e modelli edilizi faticano a tenere il passo di questi cambiamenti.

La progettazione della casa, ha spiegato l’architetta catalana, dovrebbe tornare a interrogarsi sulla flessibilità degli spazi. Guardando anche alla tradizione abitativa dell’Ottocento, quando gli ambienti domestici cambiavano funzione in base alle esigenze quotidiane e alle stagioni, Puigjaner ha evidenziato come l’eccessiva specializzazione degli alloggi contemporanei limiti la capacità delle abitazioni di adattarsi alle trasformazioni della vita delle persone. Ripensare la distribuzione degli spazi significa quindi progettare case più aperte, inclusive e capaci di evolvere nel tempo.

Questa riflessione assume un valore ancora più significativo nell’ambito dell’edilizia sociale. Attraverso alcuni progetti realizzati nell’area metropolitana di Barcellona, Puigjaner ha mostrato come progettare abitazioni accessibili non significhi semplicemente ridurre i costi di costruzione, ma garantire edifici facili da mantenere, efficienti dal punto di vista energetico e in grado di rispondere alle esigenze di utenti molto diversi tra loro.

L’intervento ha poi allargato lo sguardo al rapporto tra trasformazioni sociali e architettura. Ogni grande rivoluzione economica e culturale, ha osservato Puigjaner, ha modificato il modo di progettare la casa: dall’organizzazione degli spazi domestici all’ingresso degli elettrodomestici, fino alla centralità del soggiorno nella seconda metà del Novecento. Oggi nuove dinamiche – dall’invecchiamento della popolazione ai cambiamenti nelle strutture familiari – richiedono un’ulteriore evoluzione del progetto dell’abitare.

Tra gli esempi presentati, particolare attenzione è stata dedicata alle cucine collettive, esperienze sviluppate in contesti diversi come Perù, Giappone e Barcellona. Spazi condivisi che rispondono a bisogni concreti – dalla cura delle persone anziane al sostegno delle famiglie, fino alla costruzione di reti di prossimità – e che dimostrano come alcuni servizi tradizionalmente confinati all’interno della casa possano diventare infrastrutture collettive al servizio della comunità.

Il Keynote si è concluso con una riflessione che richiama uno dei temi centrali dell’intero Festival: ripensare l’abitare significa progettare non solo edifici, ma nuovi modi di prendersi cura delle persone. In questo scenario, il compito dell’architettura non è inseguire i cambiamenti della società, ma anticiparli, immaginando spazi capaci di accogliere forme di vita sempre più diverse e in continua evoluzione.