Come si progetta la sostenibilità? Non basta scegliere materiali a basso impatto: occorre interrogarsi sulla durata degli oggetti, sulle possibilità di aggiornarli e sul destino di ciò che resta quando hanno esaurito la loro funzione. È il tema al centro di Dare materia al cambiamento, che si è svolto lunedì 26 ottobre al MAcA – Museo A come Ambiente, nell’ambito di Torino Design City 2026 | Transizioni Tangibili.
Come si progetta la sostenibilità? Non basta scegliere materiali a basso impatto: occorre interrogarsi sulla durata degli oggetti, sulle possibilità di aggiornarli e sul destino di ciò che resta quando hanno esaurito la loro funzione. È il tema al centro di Dare materia al cambiamento, l’incontro curato dalla Fondazione per l’architettura / Torino e da ADI Design Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta, che si è svolto lunedì 26 ottobre al MAcA – Museo A come Ambiente, nell’ambito di Torino Design City 2026 e all’interno del programma di Transizioni Tangibili.
Protagonisti del confronto sono stati Sara Dal Gallo di Elastico Disegno e Davide Balda di Archeomaterico, che hanno portato due prospettive complementari sul rapporto tra progetto, risorse e circolarità. A moderare l’incontro Alessandra Siviero, Presidente della Fondazione per l’architettura / Torino, e Paolo Maldotti, presidente di ADI Design Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta.
Per Dal Gallo, la riflessione sul fine vita dei prodotti risale alle prime esperienze professionali, maturate presso LEGO, e da allora accompagna un approccio progettuale attento tanto alla funzione quanto alle conseguenze delle scelte. Un esempio significativo è Mia Hand, la mano bionica premiata con il Compasso d’Oro nel 2022. Oltre a rispondere a requisiti tecnici di protezione, autonomia e personalizzazione, il progetto affronta la dimensione psicologica del rapporto tra persona e protesi. La scelta di lasciare parzialmente visibile la meccanica, anziché nasconderla sotto un rivestimento dall’aspetto realistico, contribuisce a definire l’identità del dispositivo. La possibilità di aggiornare la tecnologia nel tempo diventa così un aspetto centrale anche della sua sostenibilità.
Lo stesso principio guida progetti apparentemente lontani tra loro. Per un contenitore di filo interdentale, lo studio ha lavorato a una soluzione in carta resistente all’umidità, ripensata successivamente alla luce dei progressi delle bioplastiche e della possibilità di introdurre un sistema ricaricabile. In una cucina professionale monomaterica in acciaio, invece, sono la robustezza e la possibilità di riconfigurare gli elementi a prolungare la vita del prodotto. Esperienze diverse convergono su un punto: la sostenibilità non dipende esclusivamente dalla scelta del materiale, ma anche da come un oggetto viene utilizzato, mantenuto e trasformato nel tempo.
La ricerca di Davide Balda parte invece da ciò che viene scartato. Piante infestanti, alghe, gusci di mitili e terre da spazzamento diventano materiali da esplorare per sviluppare bioplastiche e nuovi componenti. Gli scarti non sono soltanto risorse da recuperare, ma possono anche conservare la memoria dei luoghi e degli eventi che li hanno generati. È il caso dei residui e delle radici trascinati dalle alluvioni a Genova, da cui sono nate sperimentazioni per realizzare oggetti capaci di custodire una traccia di quei fenomeni.
Durante una residenza presso Fabrica, Balda ha inoltre studiato possibili applicazioni per gli scarti tessili di Benetton: dai substrati agricoli alternativi alla torba ai materiali combinati con l’argilla per la bioedilizia, fino ai feltri ottenuti da fibre miste. Una ricerca che attraversa discipline e filiere produttive, individuando destinazioni inedite per materiali che altrimenti verrebbero eliminati.
Dal confronto tra i due relatori è emersa una possibile circolarità tra ricerca sui materiali e progettazione industriale: gli scarti dei processi produttivi possono alimentare la sperimentazione di nuovi materiali, che a loro volta possono trovare applicazione nella progettazione di oggetti e prodotti. Perché questo passaggio diventi una pratica diffusa, tuttavia, restano da affrontare alcune criticità, a partire dai costi. Ricerca, test e certificazioni possono rendere più oneroso un prodotto sostenibile, mentre i benefici ambientali e sociali non sempre trovano un riscontro immediato nel prezzo. Per superare questa distanza non bastano narrazioni efficaci: servono anche dati verificabili e certificazioni credibili, capaci di dare consistenza alle dichiarazioni di sostenibilità.
In chiusura, il confronto si è spostato sulle differenze generazionali e sul contributo che ciascuna può offrire alla cultura del progetto. Dal Gallo ha riconosciuto nei progettisti più giovani una particolare capacità di confrontarsi con i limiti delle risorse; Balda ha richiamato invece il valore delle relazioni durature tra designer e imprese, che hanno contribuito alla storia del design italiano.




