“Maestri del Progetto. Architettura torinese tra memoria e innovazione” è un programma culturale dedicato alla rilettura critica di alcune figure fondamentali dell’architettura torinese tra Novecento e contemporaneità.
Il ciclo nasce con l’obiettivo di mettere in dialogo memoria progettuale e dibattito contemporaneo, valorizzando archivi professionali, opere costruite e testimonianze dirette attraverso un formato integrato composto da conferenze pubbliche e visite guidate.
Nel corso del 2026 quattro architette/i — appartenenti a generazioni e contesti culturali differenti — diventano occasione per riflettere su temi oggi centrali per la disciplina: conservazione e digitalizzazione degli archivi di architettura; rapporto tra progetto, storia e trasformazione dei luoghi; pratiche contemporanee di restauro e riuso; ruolo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale nella trasmissione della memoria progettuale; riconoscimento del contributo delle pioniere dell’architettura a Torino.
Protagonista della visita dedicata a Elio Luzi è Casa Curtatone: l’edificio occupa un lotto d’angolo, stretto e in pendenza, tra via Curtatone e il trafficato corso Moncalieri, confinante con la casa Verona (1930), opera di Ottorino Aloisio, che Jaretti e Luzi avevano apprezzato come docente sui banchi della facoltà di Architettura. Le difficili caratteristiche del sito divengono, ancora una volta, stimoli per affrontare il tema di progetto in maniera inedita. Il dislivello viene sfruttato per portare luce al seminterrato e per organizzare il piano pilotis come una vera e propria articolata “piazza coperta”, che a sua volta ospita piccole architetture, tra cui una sorta di belvedere e specchi d’acqua, e nella quale si alternano due tipi di colonne cilindriche: quelle portanti, in calcestruzzo armato, e quelle che ospitano gli impianti, in mattoni. Le condizioni di affaccio portano a lavorare su una frammentazione dei prospetti, che si torcono e si spaccano per girare l’angolo, alternando aggetti e rientranze, ampie vetrate e profonde terrazze, con il doppio intento di portare luce all’interno di una manica dalla conformazione non facile e di rifuggire dal rumore del corso. Come nelle torri Pitagora, l’edificio cresce verso l’alto svuotando la base e spostando la cubatura dove più godibile (e vendibile), e il tetto piano è organizzato in terrazze collegate con gli appartamenti dell’ultimo piano.