La città passa dalla scuola

Come può la scuola passare da emergenza a occasione per il rilancio culturale ed economico del Paese? A poco più di un mese dal webinar Scuola Social Impact, ecco in sintesi un assaggio delle principali questioni emerse dalla nostra riflessione.

Lo scorso novembre la Fondazione per l’architettura / Torino ha promosso l’incontro online Scuola Social Impact, “un incontro pensato per riflettere come la scuola”, ricorda la presidente della Fondazione Alessandra Siviero, “possa passare da emergenza a occasione per il rilancio culturale ed economico del Paese. Un tema attualissimo e di interesse per tutti, non solo architetti e insegnanti”. Per chi non fosse riuscito a partecipare, ecco la sintesi delle principali questioni emerse a cura di Alfonso Femia di Alfonso Femia di Atelier(s) e di Ivo Allegro di Iniziativa Finanza, gli autori della ricerca da cui ha preso il via il nostro webinar.

Questo è solo un assaggio: a breve saranno resi disponibili gli atti completi del webinar!

 

Scuola Social Impact: il futuro della città passa dalla scuola

Le scuole di ogni ordine e grado sono rimaste aperte in Germania, in Spagna e in Francia, anche se le cose non sono andate molto bene con la seconda ondata della Covid-19. In Germania, a partire dalla scorsa primavera, la maggior parte delle scuole aveva adottato un modello ibrido tra formazione in classe e didattica a distanza sviluppando piattaforme per facilitare lo studio da casa, ma le linee guida tedesche prevedono che le lezioni vengano svolte in presenza finché sarà possibile con deroghe solo per situazioni particolari.

Sappiamo come siamo messi in Italia: dal 3 novembre i bambini della seconda e terza media e i ragazzi delle superiori sono a casa e quelli che hanno dispositivi adeguati e un minimo tutoraggio parentale (cioè non tutti!) seguono le lezioni a distanza. Senza entrare nel merito delle motivazioni che hanno condotto a questa scelta e neppure delle conseguenze per ora solo ipotizzabili, quello che appare evidente è la fragilità del modello urbano che non consente neppure di condividere la Dad, per i problemi legati al trasporto pubblico in primis, ma anche per l’incapacità di ricreare spazi di aggregazione, alla scala del quartiere per esempio.

Non usiamo la pandemia come alibi e soprattutto non fondiamo una nuova idea di scuola sulle criticità emerse a causa delle crisi sanitaria. A questa brutta situazione siamo arrivati perché la scuola non è stata priorità delle scelte politiche e governative da più di 40 anni. Tuttavia, è un esercizio poco produttivo reiterare la deludente gestione del passato. Deve essere la consapevolezza di vivere in un contesto ambientale e urbano di emergenza continua a sensibilizzare sull’inadeguatezza delle soluzioni d’urgenza e della rincorsa estemporanea a tamponare il problema.

Analizzare la situazione e formulare un piano di intervento che combini tutti gli aspetti che stanno dentro e intorno alla scuola, assumendo l’architettura come elemento chiave di coordinamento, è il percorso intrapreso dall’architetto Alfonso Femia, Atelier(s) Femia, condiviso con Ivo Allegro, Iniziativa Finanza e Innovazione e con la Fondazione per l’architettura / Torino e l’Ordine degli Architetti di Torino, sintetizzato in una ricerca dal titolo Scuola Social Impact.

L’architettura è la disciplina con maggiore capacità di interazione e di governo di tutto le competenze verticali e specifiche necessarie per fare progetto ed è il mezzo ideale per realizzare una scuola in grado di riequilibrare il deficit urbano, accettando anche le incongruenze e i limiti della città, per trasformarli in valore progettuale.

La ricerca è stata presentata il 26 novembre scorso in un webinar organizzato dalla Fondazione per l’Architettura di Torino.  A garanzia di una visione multiforme e aperta, intorno al tavolo virtuale sono convenuti a dibattere Alfonso Femia e Ivo Allegro, per la Fondazione per l’architettura, Alessandra Siviero ed Eleonora Gerbotto, rispettivamente presidente e direttore, Cristina Coscia, vicepresidente dell’Ordine degli Architetti di Torino, Nicola Crepax, direttore della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Raffaella Valente, ricercatore Fondazione Agnelli; l’amministrazione pubblica delle città di Prato, Livorno, Settimo Torinese e Milano, rispettivamente rappresentate dagli assessori Valerio Barberis, Silvia Viviani, Elena Piastra e Laura Galimberti (con contributo solo negli atti); il presidente dell’Ordine degli architetti di Bologna, Pier Giorgio Giannelli, sui temi di bandi e concorsi di progettazione per la scuola; Giuseppe Bergesio, CEO Rete Iren, sulle correlazioni tra i temi energetici, la città e la scuola; Giovanni Spatti, sulle potenzialità e competenze dell’industria delle costruzioni in tema di reversibilità e trasformabilità degli oggetti edilizi; Samuele Borri, dirigente di Indire, sull’interazione tra tutti gli attori, ministero, comuni, città metropolitane, dirigenti scolastici, insegnanti, studenti, nel faticoso processo di rinnovamento.

La visione “lato fruitori” è stata restituita da una studentessa del liceo classico Gioberti di Torino, Elena Porro, che ha sintetizzato in due semplici passaggi lo stato di fatto e le esigenze dei ragazzi: “Anche quando è aperta, la scuola sembra chiusa” sul limite di uso autonomo e alternativo degli spazi da parte degli studenti e “Più spazio per noi, tra di noi” sull’esigenza di creare community al di fuori del vetusto modello della classe.  L’impossibilità di soddisfare, nel breve, le necessità dei ragazzi, rende ancora più importante, per le generazioni future, formulare un vero e proprio piano d’attacco che restituisca una scuola degna di tale nome in una città finalmente capace di mutare rapidamente e di accogliere il cambiamento.

Come siamo messi oggi?

Nella ricerca si assumono Miur e Istat come principali fonti per analizzare lo stato attuale. Il Ministero dell’Istruzione che ha di recente aggiornato l’Anagrafe dell’Edilizia Scolastica (con cambio di denominazione, ora si chiama SNAES Sistema Nazionale Anagrafe Edilizia Scolastica, link non ancora attivo) dichiara poco più di 40mila scuole, la maggior parte vecchia e costruita male sotto il profilo energetico, della trasformabilità e dell’adeguamento degli spazi.

La sicurezza strutturale è un’ulteriore e drammatica nota dolente. Il riferimento per costruire le scuole è una normativa del 1975, perché l’aggiornamento del 2013, le nuove linee guida contenenti indirizzi progettuali di riferimento per la costruzione di nuove scuole, pur approvate dalla Conferenza unificata, non sono mai state seguite dalle corrispettive norme tecniche. E se è chiaro che le scuole, oggi, si progettano diversamente da quelle del tempo dei doppi turni, è un grave segnale di incuria che la politica italiana non si sia preoccupata di attualizzare una legislazione indietro di 45 anni. Nel 1975 c’erano tantissimi bambini, l’incremento demografico aveva creato la necessità di costruire molte scuole e in fretta. Oggi le stime (Fondazioni Agnelli su Eurostat) indicano che la popolazione scolastica calerà di un milione di unità nei prossimi dieci anni. Le scuole di molti paesi e delle città di medie dimensioni dell’hinterland non avranno più ragione di essere e molte, anche nelle città metropolitane, saranno ancora più sottoutilizzate di quando non siano già oggi.

Aspettiamo di arrivare nel 2030, accantonando il grattacapo scuola? O immaginiamo forse che la trasformazione digitale sarà la “magia” che risolverà tutto trasformando le case in scuole permanenti, negando il rapporto tra la scuola e la città?

L’istruzione (con formazione, ricerca e cultura) è uno delle sei “missioni” contenute nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, cioè il piano che contiene concretamente i progetti che saranno finanziati con i 209 miliardi di euro del Recovery Fund e già condivise con la Commissione Europea. Resta da capire “come” si potrà valorizzare l’educazione e la cultura.

Il progetto Scuola Social Impact riguarda tutto il territorio nazionale, tutte le città, i paesi, i borghi. Non si riferisce solo a un modello di edificio informato ai più moderni input didattici e pedagogici, ma attribuisce alla scuola l’energia per rigenerare la città, particolarmente in questo momento, in cui lacune, sciatteria, abbandono si sono trasformati in nodi irrisolvibili. Ha affermato Alfonso Femia “Prendersi cura del nostro territorio significa affiancare alle infrastrutture digitali e di connessione fisica e sociale la cultura, il sapere e il loro trasferimento attraverso la formazione, concedendo a tutti, in ogni parte del Paese la possibilità di crescere nei propri luoghi, senza essere penalizzati o con ridotte prospettive di futuro.  La scelta di abbandonare o rimanere nei propri territori passa anche e soprattutto attraverso la scuola. La scuola è il luogo dove ogni generazione passa il testimone alla successiva. Occuparsi della scuola è un atto di responsabilità e generosità”.

La scuola è anche l’unico motore di rigenerazione, a partire dalla scala del quartiere, che possa poi espandersi alla città intera, recuperando la relazione quotidiana con tutto il territorio e non solo con piccole porzioni, scardinando la logica per edifici funzionali che ha dominato l’assetto urbano fino a oggi.

Ponendo la scuola al centro del processo urbano, non solo si rimodula il rapporto con la città, ma si trasforma la città stessa assumendo nuovi paradigmi, bilanciando le porzioni dedicate agli spazi verdi e agli spazi liberi e rendendo l’edificio scuola permeabile sia funzionalmente per accessi e percorsi, sia socialmente attraverso la condivisione di destinazioni d’uso distinte che possano convivere con quella didattica. Rifondare la scuola come luogo cronotopico che integri alla dimensione spaziale quella temporale, implica l’analisi delle esigenze complessive della comunità nel breve e nel medio periodo, e l’osservazione dell’andamento demografico, in un’ottica di flessibilità e trasformabilità dell’edificio.

Dunque, rinnovare l’equilibrio tra costruito e ambiente è possibile, razionalizzando gli interventi, inserendoli in una pianificazione che alimenti una visione generale in contrasto alla dominante logica di cogliere l’occasione, amplificando l’assolo progettuale anche molto virtuoso che non muta, però, il disegno generale urbano, neppure alla piccola scala zonale.

A oggi la frantumazione degli investimenti e la necessità di “mettere toppe” ha inibito la possibilità di mettere a punto un vero e proprio progetto scuola città. La ricerca di Alfonso Femia mette la scuola al centro del processo di rigenerazione della città, trasformandola in un hub di servizi, attraverso il coinvolgimento della capacità finanziaria privata con progetti sociali attraenti ed economicamente sostenibili. Il concept della Scuola Social Impact emerge dalla consapevolezza di una mutazione del tessuto sociale e delle sue esigenze alle quali la diffusione della Covid-19 ha impresso una forte accelerazione. Il necessario rinnovamento dell’alfabetizzazione progettuale per l’architettura della scuola dovrà assumere temporaneità di funzione e rispetto dell’ambiente come input essenziali.