Facciamo due chiacchiere

Il ruolo dell’architettura nel definire le relazioni sociali, la responsabilità dell’architetto e le modalità di coinvolgimento degli abitanti sono alcune delle questioni su cui ci siamo confrontati con i collettivi Assemble e Theatrum Mundi.

Abbiamo incontrato due collettivi londinesi per riflettere sul rapporto tra architettura e ambiente sociale: gli Assemble con Amica Dall e Theatrum Mundi con John Bingham Hall. Due approcci differenti, uno più pratico, l’altro più teorico, ma una chiave di lettura simile delle dinamiche dello spazio urbano.

Che ruolo gioca l’architettura nella definizione delle relazioni sociali?
John Bingham Hall: L’architettura è fondamentale. A Parigi abbiamo analizzato il comportamento in due spazi parigini, due aree periferiche, frequentate da immigrati. Abbiamo registrato i rumori come indicatore del comportamento dei fruitori che si muovono in modo completamente differente nei due casi analizzati: il primo è un area in cui le persone sono trasformate in un’unica unità grazie al brusio, uno spazio difficilmente attraversabile che diventa un intensificatore dello stare insieme; il secondo invece, rappresentato solo dal rumore delle auto che scorrono nel cavalcavia soprastante, è un luogo di transito. Ciò che distingue i due spazi è il progetto architettonico: è l’architettura che crea le condizioni della socialità.

L’architettura ha quindi una responsabilità molto alta…
Amica Dall: Certamente! Il modo in cui le città sono disegnate determina come e se le persone possano accedere o no alle sue risorse. Tutti impariamo da bambini a vivere gli spazi, apprendiamo quali sono le regole, cosa è pericoloso e cosa no, cosa è permesso e cosa è vietato e anche per chi è permesso o vietato. La città tende a produrre e riprodurre le ingiustizie e a noi interessa capire in che modo il progetto architettonico influisce su queste dinamiche. Spesso si pensa che l’architettura sia uno strumento dei potenti; noi invece lavoriamo nelle periferie abbandonate delle città industriali a stretto contatto con le popolazioni e proponiamo nuovi modi di costruire e interagire con la città. Abbiamo un approccio molto pratico: facciamo cose con poco, ci sporchiamo le mani, ci facciamo male, sperimentiamo materiali, tecniche, soluzioni…

C’è però un rischio sempre in agguato: che il coinvolgimento degli abitanti si traduca solo nella legittimazione di scelte già prese.
Amica Dall: Il vero problema è quello di adottare un atteggiamento paternalistico nella progettazione con i cittadini perché l’architetto si trova a operare con “cattivi progettisti”; bisogna invece comprenderne i bisogni. Noi non facciamo progettazione partecipata perché fa bene alle persone, ma perché ci aiuta a progettare meglio. Il risultato è sempre una pratica mista che mette insieme le richieste e la traduzione architettonica.

© Edoardo Piva
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